
Far passare Rino Gaetano per fascista è come far passare Mike Tyson per una ballerina aggraziata. Ecco un pò di materiale trovato in Rete.
Foto e intro tratte dal gruppo che ha segnalato il fatto su facebook

Con migliaia di manifesti affissi in tutta Italia, in questi giorni (Giugno\Luglio 2009) i neofascisti di CasaPound hanno voluto appropriarsi del ricordo di Rino Gaetano, il cantautore proletario morto il 2 giugno del 1981 in un
tragico incidente d’auto. Sul manifesto vi è un’immagine stilizzata in campo azzurro, il logo di CasaPound e solo una scritta, in basso a sinistra: “Rino Gaetano, 29 ottobre 1950 - 2 giugno 1981”.
Dopo essersi impadroniti dell’immagine di Capitan Harlock, pirata libertario, dopo aver modificato la bandiera antifascista in anti-antifascista, dopo aver copiato il logo di radio blackout per la loro radio, ora i fascisti «non conformi» continuano a conformarsi a questa società fondata sul principio dell’«impadronisciti delle idee, della creatività e del lavoro altrui». Perché CasaPound di creatività
ne ha poca, ed emana solo l’odore stantio della retorica
fasciofuturista e dell’eterno piagnisteo italico.
Ma Rino
Gaetano, dopo una giovanile vicinanza al Partito Radicale (partito
allora ben diverso da quello di oggi), si era avvicinato alle posizioni
dell’autonomia operaia, alle radio di movimento e poi alla rivolta del
1977 cui ha partecipato direttamente.
Peccato che anche da morto
il grande Rino smentisca i fascistelli del terzo millennio con un
inedito pubblicato quest’anno nella raccolta “Live & Rarities” dal
titolo “I miei sogni d’anarchia”. Qui vi è il testo completo. Qui la
canzone. E basta citare qualche verso:
«Toccava il cielo con un dito
e sanava le ferite con la rivoluzione.
Ancora i poeti un nuovo sound e le balere
e forse amanti
e il ’68 raccontato e le conquiste
le canzoni che dicevano oh o oh oh...»

Ma specialmente la canzone AIDA, è proprio quello che di più lontano sta dalle idee fossil-mussoliniane a cui si rifanno i neofascisti.
Ecco un articolo tratto da www.prato.linux.it/~lmasetti/antiwarsongs/canzone.php?id=522&lang=it

AIDA E’ L’ITALIA
di Riccardo Venturi
“Aida” è l’Italia. In questa canzone, difficile e splendida, Rino
Gaetano ha saputo tracciare con il suo stile inimitabile e affidato
alla simbologia, un affresco di tutta l’Italia contemporanea, dal
fascismo alla guerra, dal dopoguerra agli scandali e alle difficoltà
enormi degli anni ’70.
Per farlo, Rino scelse già nel titolo un nome simbolico. Aida. L’opera
di Giuseppe Verdi scritta per celebrare l’apertura del canale di Suez
(e quando si dice canale di Suez, la memoria va a strategie, a guerre,
ad affari planetari). Ma anche un nome portato da centinaia di
vecchiette, sulla scia dell’opera di Verdi e di una presupposta
glorificazione del “genio italico” (sebbene il canale di Suez fosse
stato realizzato dal francese De Lesseps, i progetti originali sembra
debbano essere attribuiti all’ingegnere italiano Luigi Negrelli, che
non ricevette mai nessun riconoscimento ufficiale, ma che in Italia
venne a lungo considerato come il “vero realizzatore” del canale).
Quindi, di autentico colpo di genio si deve parlare per la scelta di
questo nome da parte di Rino Gaetano.
E si parte con i brevi versi della canzone, sciorinati uno dietro
l’altro, raucamente urlati, inframezzati da alcune frasi musicali.
Aida, cioè l’Italia, sfoglia il suo album di fotografie. I suoi
ricordi. E non sono ricordi dolci. Sono ricordi di tabù, che vanno di
pari passo con le “madonne” e coi “rosari” di una tradizione cattolica
che rappresenta una parte decisiva della sua storia ed anche una parte
decisiva della sua tragedia.
I “mille mari” del “mare nostrum”, delle Repubbliche Marinare le cui
bandiere campeggiano nel vessillo della marina militare, della retorica
del paese dei santi e navigatori. Una retorica nazionalista che ha il
suo sbocco naturale nell’ “alalà” del fascismo. I simboli della canzone
procedono in concatenazione storica perfetta e non risparmiano il
costume (i “vestiti di lino e seta” sono, pochi lo sanno, una citazione
da un cinegiornale dell’Istituto Luce sul matrimonio di Edda Mussolini
e Galeazzo Ciano: “vestiti di lino e seta, dopo la cerimonia si avviano
al radioso futuro di novelli sposi”.) C’è Marlene (Marlene Dietrich o
Lilì Marlene, poco importa), ci sono i Tempi Moderni di Charlot e con
loro il periodo tra le due guerre.
E “dopo giugno”, cioè dopo il 10 giugno 1940, data in cui Benito
Mussolini si affacciò al balconcino di Palazzo Venezia per annunciare
agli “italiani di cielo, di terra e di mare” che “l’ora scoccata dal
destino” era giunta, ecco il “gran conflitto”, ecco l’ “Egitto” di
altre retoriche guerresche (El Alamein, Giarabub…). Ecco le “marce e
svastiche”, ecco i “federali” fascisti (come non tornare anche al film
con Ugo Tognazzi?). Sotto i fanali, che potrebbero essere stati proprio
quelli di Lilì Marlene,
c’è solo oscurità. C’è l’oscuramento delle notti di guerra. C’è il buio
di un futuro che non appare possibile. Il “ritorno in un paese diviso”,
in un dopoguerra “più nero nel viso” in cui l’amore però ha un colore
ben preciso: il rosso.
Il primo ritornello: “Aida, come sei bella”. Il primo grido, al tempo
stesso ironico e terribilmente sincero, di amore a questo paese di
merda. Finisce la prima parte della storia ed inizia la seconda.
La seconda parte, quella del primo dopoguerra. Battaglie e compromessi,
un paese in preda alla povertà più nera, ai lavoratori che fanno la
fame, allo spettro del “terrore russo” agitato a partire dal 1947. Il
piano Marshall, l’esclusione dei comunisti dal governo, il 18 aprile.
Con un solo brevissimo verso viene innestata la storia nei suoi mille
rivoli. Basterebbe solo questo per far definire Rino Gaetano un
grandissimo, e questa sua canzone un capolavoro assoluto.
Cristo e Stalìn.
Con quello “Stalìn” pronunciato popolarescamente (a volte si diceva
anche “Stalino”). Il capo dell’Unione Sovietica, il faro dei lavoratori
accentato come un contadino veneto. La scomunica dei comunisti da parte
di Pio XII nel 1949. I carri armati russi in piazza San Pietro nel
famoso manifesto elettorale della DC (“Volete che accada questo…?”).
L’assemblea Costituente. La democrazia, seguita da quel disperato “e
chi ce l’ha”, quasi a dire che la democrazia in Italia nient’altro è
stata che un’illusione, una facciata dietro alla quale si nascondeva
l’eterno fascismo che sempre riaffiora. Ed è storia di questi giorni.
E’ storia che non finisce. Che sembra non finire mai.
“Trent’anni di safari”, di caccia grossa. La depredazione. Qui non si
può fare a meno di pensare a Pasolini. Gli scandali, dalle “antilopi”
della Lockheed ai “lapin” di certe dame impellicciate che facevano da
pendant ai detentori del potere e che a volte ne rimanevano vittime
(chi mi viene a mente? forse la patronessa Maria Pia Fanfani, forse
Wilma Montesi…o forse un qualcosa a metà tra entrambe).
Aida, come sei bella. Già. Peccato che ora ti sia pure decisamente
imbruttita, sconciata, istupidita. Chissà cosa avrebbe scritto Rino
Gaetano se una maledetta notte di giugno non se ne fosse andato,
peraltro aiutato ad andarsene proprio dallo schifo tutto italiano di
non trovare un posto in un pronto soccorso. Chissà quale sarebbe stato
il seguito di “Aida”. Ma è inutile chiederselo, forse. Rino Gaetano è
stato rimosso. Ogni tanto si sente “Gianna Gianna”. Per situare
finalmente “Mio fratello è figlio unico” nel posto dove deve stare, c’è
voluto un film su una radio repressa. Il resto? Non si sa.
Ciao Rino, fulminali da lassù.
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Commenti
Domani facciano anche i manifesti di Garrincha e vediamo che succede.
Poi in questo caso particolare fa proprio sorridere l'idea che un Neofascista apprezzi Rino Gaetano, si vede che il troppo no-sense ha confuso le idee.